DONNA: IDENTITÀ DI GENERE E LOTTA DI CLASSE

Il genere umano, come accade tra i mammiferi, si riproduce per via sessuata. È l’identità che specifica la necessità della sua differenza tra maschio e femmina, ivi comprese le varianti tra questi due poli. Questa la natura espressa nella sua fredda astrazione logica. La storia dell’uomo, in quanto storia di lotte di classi, ha determinato uno stravolgimento coercitivo sugli individui concreti, portatori naturali di questa differenza, rendendoli funzionali alla forma di dominio e alla sua conservazione. Il controllo e la sottomissione del genere femminile è risultato essere la base della stabilità sociale di molte forme di organizzazione comunitaria, più o meno estesa, con modalità anche diverse, ma con forti similitudini relativamente alle trasmissioni patrimoniali per la gestione e l’aumento delle ricchezze. La certezza della discendenza maschile e la stabilizzazione dei nuclei familiari per assicurarsi la riproducibilità sociale di una nazione, di uno stato o di un determinato gruppo politico-sociale, contro altri simili gruppi, si è potuto realizzare grazie all’asservimento del genere femminile. Il genere femminile è quindi stato relegato nel corso degli ultimi millenni, sia fisicamente che ideologicamente ad una inferiorità “naturale”, e sottoposto a violenze d’ogni tipo, alla emarginazione e al degrado sociale, grazie a parametri ideologici ancor oggi duri a morire nel senso comune degli abitanti del nostro pianeta. Tutto ciò conferma l’immobilità e la trascendenza di un potere che, per mezzo del privilegio maschile, è riuscito a scavare un abisso vitale e comunicativo trai sessi, a favore dell’obbedienza e del consenso necessario alla propria conservazione e riproduzione[1]. Su questo grado di consapevolezza sino ad oggi raggiunto siamo impegnate e impegnati quotidianamente a misurarci, per vedere di riuscire a difendere alcune tappe di migliori condizioni di vita conquistate negli ultimi 100 anni da strati sempre più estesi di umanità, grazie a lunghe lotte di massa. Contro queste lotte, con una forte connotazione di classe, si dibatte l’odierno potere capitalista, oggi dominante, per impedire la conquista di migliori condizioni di vita delle masse, per rendere sempre più complesso e difficile il cammino della maggioranza dell’umanità verso la sua liberazione dalle forme di sfruttamento. Ecco dunque svelato il motivo per cui i poteri dominanti odierni ricorrono spesso alla costante manipolazione della coscienza sociale per impedire, non solo la scalata al cielo delle classi subalterne, ma in particolare della emancipazione femminile dall’attuale dominio di classe, oggi sempre più in contraddizione nei confronti di uno sviluppo sociale umano in costante e graduale crescita, che sta pericolosamente superando l’attuale sostenibilità dello stesso sistema sociale capitalista. Sistema che oggi domina incontrastato nella maggior parte del pianeta.
La battaglia per l’emancipazione delle donne è uno dei principali cardini dell’emancipazione dell’umanità dai fardelli dello sfruttamento. Se è vero che, come ebbe a sostenere Lenin, alle cui parole le compagne del Circolo Culturale Proletario di Genova aderiscono pienamente: “bisogna saper combinare la lotta per la democrazia con la lotta per il socialismo, subordinando la prima alla seconda”[2], allora rientra pienamente nella lotta di classe per una società socialista, la lotta per l’emancipazione delle donne. Anzi, Lenin giunse ad affermare che una società alle cui fondamenta non sussisteva la liberazione del genere femminile non poteva definirsi socialista, in quanto tale, poiché l’emancipazione della donna è, e deve essere, uno dei principi cardine delle libertà che un processo di trasformazione socialista deve mettere nei suoi obiettivi primari. Parlare di comunità socialiste per quelle società dove il ruolo della donna è fermo a tipologie legate a rapporti di produzione di natura borghese o piccolo-borghese, significa, di fatto, dare una visione distorta della realtà. Significa definire erroneamente “socialista” ciò che in realtà non lo è. Fu il socialismo scientifico, fondato da Marx e Engels, nella seconda metà dell’Ottocento, a trattare per la prima volta la questione femminile in relazione alla proprietà e ai rapporti con la proprietà, la famiglia e lo stato, poiché nel processo storico la condizione della donna e la sua collocazione storica sono intimamente legate a questi tre fattori. Un decisivo inquadramento scientifico della questione femminile fu fornito da Engels nella sua opera L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello stato, del 1884, in cui segnalò come il passaggio dal diritto materno al diritto paterno diede inizio alla sottomissione del genere femminile. La demolizione storica del diritto materno fu la grande sconfitta storica del genere femminile a livello planetario e il sesso maschile divenne padrone della casa, relegando la donna a serva domestica e schiava della lussuria dell’uomo padrone. In tal modo la donna divenne un mero strumento riproduttivo. Per il socialismo scientifico la condizione della donna si basa sui rapporti di proprietà, sulle forme di proprietà che si pratica sui mezzi di produzione e sulle relazioni produttive che su quelle si ergono. Questa tesi marxista è importante, perché stabilisce che l’oppressione connessa alla condizione femminile ha come radice la formazione, la nascita e lo sviluppo del diritto di proprietà dei mezzi di produzione e che, pertanto, la sua emancipazione è altresì legata alla distruzione di tale diritto. Questa scoperta del marxismo è importante, perché fa chiarezza sul fatto che l’oppressione del genere femminile non è sorta in uno stadio della storia dell’uomo in cui vi è stata una semplicistica suddivisione del lavoro e di ruoli professionali in funzione dei sessi, che avrebbe emarginato la donna all’ambito domestico, lasciando all’uomo i ruoli importanti della società e ponendolo alla guida politica delle comunità. Nonostante molti sedicenti marxisti abbiano abbracciato questa tesi della suddivisione dei ruoli lavorativi, tale teoria altro non è che una replica della vecchia ideologia della borghesia che, sin dal suo apparire, ha sempre sostenuto la immutabilità e debolezza della “natura femminile”, contraddicendosi con l’idea del marxismo scientifico circa la trasformabilità implicita nei processi evolutivi storici, che intende la storia come svolgimento di lotte di classi. Le conclusioni a cui giunse Engels è il prodotto di una attenta analisi circa la condizione della donna nello svolgersi della storia. Per i comunisti la politicizzazione delle donne, la loro partecipazione attiva ai fatti della politica è il primo passo per una presa di coscienza verso l’emancipazione femminile. Marx scrisse: “chiunque conosca qualcosa della storia sa che i grandi cambiamenti sociali sono impossibili senza l’elemento femminile. Il progresso sociale si può misurare esattamente dalla posizione sociale del sesso cosiddetto debole”[3]. E dello stesso avviso era Lenin, come abbiamo avuto modo di dire.
La Rivoluzione d’Ottobre fu senza dubbio un momento importante per la liberazione della donna dei paesi sovietici. La giurisprudenza bolscevica abbatté tutte le barriere e le catene che impedivano alle donne di poter vivere al di fuori dell’oppressione paternalistica e maschilista. Naturalmente, la reale uguaglianza giuridica realizzata dai bolscevichi non diede immediatamente la libertà alle donne sovietiche, ma doveva essere il punto di partenza per una piena e completa uguaglianza tra i sessi. Di questo ne era pienamente consapevole lo stesso Lenin che, a questo proposito, scrisse: “Quanto più ci disfaremo della ruggine di vecchie leggi ed istituzioni borghesi, tanto più chiaramente vedremo che si è solo sgomberato il terreno per la costruzione, ma non è ancora iniziata la costruzione stessa….La donna continua ad essere schiava del focolare, nonostante le leggi liberatrici, perché essa è curva, oppressa, abbruttita, umiliata dalle piccole occupazioni domestiche, che la trasformano in cuoca e bambinaia, che dissipano le sue qualità in un lavoro assurdamente improduttivo, meschino, snervante e fastidioso. La parola emancipazione della donna non si realizzerà se non nel paese e nel momento in cui comincerà la lotta di massa diretta dal proletariato, padrone del Potere dello Stato, contro questa piccola economia domestica o, più esattamente, quando comincerà la sua trasformazione di massa in una grande economia socialista”[4].
Noi riteniamo fermamente che non vi potrà essere una realistica emancipazione del genere femminile senza la trasformazione dell’odierno sistema sociale in una società più giusta e solidale, in una società socialista. Anche se molte di voi storceranno il naso nel leggere queste affermazioni, che apparentemente sanno di vecchio, non c’è nulla di più realistico oggi, di fronte al dilagare della intolleranza, del razzismo e della xenofobia più becera, usciti dai reconditi luoghi dell’animo umano in cui erano stati relegati dalla storia, di armare d’utopia i nostri canti e le nostre azioni quotidiane, per far ritornare la speranza a quei milioni di esseri umani che colpiti da carestie, fame e guerre, cercano pace e rifugio nelle nostre terre e cercano di far tornare il sorriso alla gente delle nostre città opulente, intorpidite da una società dove tutto è merce e grigio egocentrismo. Noi vorremmo che si riflettesse maggiormente sul fatto essenziale che senza lotta di classe, senza una partecipazione attiva delle donne alla lotta per il cambiamento politico e sociale non è possibile parlare di reale emancipazione del genere femminile. Nell’attuale società, dominata dalle forze imperialiste, la stragrande maggioranza delle donne del nostro pianeta è ingabbiata nella subordinazione alla vita domestica e alla riproduzione biologica. In questi ruoli marginali e subordinati sono relegate milioni di donne, sia che appartengano ai paesi capitalistici ad economia “avanzata”, sia che provengano dai paesi oppressi dall’imperialismo. Le donne si trovano condannate ad una vita decisa per lo più da altri, destinate, loro malgrado, ad una vita scandita dalle esigenze e dalle necessità della famiglia. Molte altre, più sfortunate, si trovano, non per loro volontà, coinvolte in conflitti armati, dove la forza e la violenza la fanno da padrona e le donne sono le prime a pagare in termini di sacrificio e di abnegazione per la cura e la difesa dei propri figli e dei propri cari. Se la storia, come noi pensiamo, è lo svolgimento di lotta di classi, l’emancipazione del genere femminile non potrà che realizzarsi assieme alla emancipazione delle classi lavoratrici e, solo così, si potrà assistere alla nascita di un nuovo mondo che noi, in quanto comuniste, riteniamo sia possibile e realizzabile, con il concorso di tutte e di tutti.
L’attuale fase politica del nostro paese e la lotta delle donne
Di fronte ad un governo reazionario come quello di Salvini-Di Maio che ha il suo principale collante nel tema della sicurezza, intesa come forma di repressione poliziesca nei confronti delle lotte operaie e di piazza, e nella guerra agli immigrati, visti solo come un problema di ordine pubblico, il movimento per la liberazione delle donne non può che essere di netta opposizione.
L’attuale governo, oltre a ostacolare gli arrivi via mare degli immigrati, tenuti disumanamente in ostaggio, come carne da macello, nel gioco al massacro contro i diktat dell’Unione Europea, deportando centinaia di persone, uomini, donne e bambini nei lager libici, dove è quotidianità torture, vessazioni e stupri, ha promulgato nel paese leggi repressive contro ogni forma legittima di manifestare il proprio dissenso e sta promuovendo una campagna infame contro la libertà di genere, con l’intento di abolire divorzio e aborto.
In questi ultimi mesi abbiamo assistito al balletto tra Unione Europea e Salvini sulla questione immigrati, a spese di qualche decina di poveracci, tenuti in ostaggio dal nostro governo, per mera propaganda elettorale, violando quotidianamente lo stesso dettato costituzionale e i diritti umani universalmente riconosciuti. All’arrivo di gruppi di immigrati abbiamo dovuto assistere anche alla separazione dei bimbi dalle loro madri, cosa che ha tristemente evocato, sebbene in un contesto certamente più drammatico, le deportazioni di massa dei nazisti.
La lotta delle donne deve essere rivolta contro questo governo Lega-M5S che ha un ministro della famiglia clerico fascista, che sta promuovendo una campagna infame contro il diritto dell’aborto, che accusa le donne italiane a fare pochi figli. Le proteste del movimento di liberazione della donna deve essere soprattutto contro questo governo maschilista e sessista che, non solo sta proponendo di abolire il diritto all’aborto, ma che al suo interno ha elementi che vorrebbero abolire il diritto al divorzio, facendo tornare indietro le lancette della storia. Per tutti questi gravissimi motivi, questo 8 marzo 2019, il movimento delle donne ha il dovere di scendere in campo, ma non solo per questo. Con questo nuovo governo, eufemisticamente definito del cambiamento (?), nulla cambia per le donne sul piano del lavoro e del salario, dato che il governo Salvini-Di Maio continua la politica al servizio dei padroni, in maniera del tutto uguale ai precedenti governi di Berlusconi e di Renzi. Con il “decreto dignità” ora neanche i posti di lavoro precari, a tempo determinato, spesso unici posti di lavoro accessibili per molte donne, restano: le aziende licenziano indiscriminatamente secondo i loro più biechi interessi e sostituiscono il personale con altro più misero e più facilmente ricattabile. Mentre assistiamo in Italia ad un vertiginoso aumento di licenziamenti, che colpiscono soprattutto le donne, anche quelle che fino a ieri erano maggiormente garantite a tempo indeterminato. Mentre aumentano i casi di discriminazioni sessuali, razziali e le molestie sessuali, dato che i colpevoli di genere maschile approfittano di minori penalità e del fatto che si sta instaurando un pericoloso regime sessista e maschilista nel paese. Un esempio emblematico è l’episodio della lavoratrice dell’Ikea licenziata per i suoi ritardi al lavoro, senza tenere minimamente conto della sua pesante situazione familiare, separata, con un bimbo handicappato a carico e un padre invalido da accudire. Il suo licenziamento è stato possibile perché è stato abolito l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Abolizione fatta da Renzi e che il nuovo governo del cambiamento Salvini-Di Maio si è ben guardato dal ripristinarlo. Anzi con il “decreto dignità” ha notevolmente peggiorato le cose a tutto vantaggio dei padroni. Anche la riforma delle pensioni non cambia di molto la situazione delle lavoratrici, dato che molte di loro continueranno a non poter andare in pensione prima, causa i bassi importi dei prepensionamenti previsti dalla stessa riforma. Lo stesso reddito di cittadinanza prevede tutta una serie di norme capestro che per una donna appaiono un pochino più complicato poter accedere continuativamente, dati i forti limiti, come lo spostamento a grandi distanze per avere un’occupazione, che è difficile immaginare concepibile per una donna che ha dei figli o una famiglia da accudire. Anche perché, oltre ad essere soggetti, come gli uomini, al controllo indegno di come saranno spesi i quattro soldi concessi, sono previste norme di accettazione di lavori fuori sede che per una donna appaiono un pochino più complicati da accettare. Con lo smantellamento dello stato sociale, a cui assistiamo lentamente da anni, aumentano sulle donne il carico dell’assistenza, che troppo spesso diventa un macigno insopportabile per molte donne. Assistiamo ad un notevole aumento della dipendenza economica in famiglia della donna, che spesso vuol dire più subordinazione, che talvolta sfocia nel subire più violenza in famiglia, oltre che nell’ambiente di lavoro. Tante energie vive, intellettuali di giovani donne umiliate in un futuro mortificante. Ma il grande movimento delle donne è stato di fatto la prima opposizione alla nascita del governo Lega M5S. È in prima fila nelle mobilitazioni antirazziste, antifasciste, antisessiste e dopo la grande manifestazione di 200.000 del 24 novembre 2018, scende ora, l’8 marzo 2019, in sciopero, in lotta, nelle piazze di tante città italiane, per difendere i diritti acquisiti e per contrastare questo governo razzista e anti operaio, per creare nel paese quel fronte di opposizione sociale, per cambiare rotta, per fare dell’Italia un paese migliore e socialista, dove i diritti di tutti e di tutte le donne siano pienamente garantiti, in famiglia, sul lavoro e nella società!
Scritto dalla compagna Sara a nome della
Commissione Femminile del Circolo Culturale Proletario di Genova
[1] Queste prime righe del documento sono riprese dall’interessante articolo di Carla Filosa, Astrazione di genere e differenza, apparso sulla rivista La Contraddizione, n° 112, Gennaio Febbraio 2006, pagg. 3-10.
[2] Da una lettera di V. I. Lenin a Ines Armand, datata 25 Dicembre 1916. Ines Armand (1875-1920) seguace e collaboratrice di Lenin, nacque da padre inglese e da madre francese e svolse in Russia la sua attività politica. Le condizioni agiate della sua famiglia non la distolsero dai problemi sociali più acuti, al contrario ebbe sempre un grande interesse per le classi più umili e per la vita delle masse lavoratrici, che la avvicinò al movimento socialista. Entrò a far parte dei bolscevichi nel 1904 e fu arrestata dalla polizia zarista nel 1905: nel 1907 fu deportata nella fredda città nordica di Arcangelo, sotto il governo reazionario di Stolypin. Riuscì da questo carcere a fuggire nel 1909, un mese prima che scadesse la sua pena. Trovò rifugio a Bruxelles e poi a Parigi, dove continuò nel suo lavoro rivoluzionario . Tornò in Russia nel 1912 e partecipò a Pietrogrado alla campagna elettorale per la IV Duma, a favore dei bolscevichi e per questo stesso motivo fu nuovamente arrestata. Rilasciata un anno dopo, scappa all’estero dove diviene corrispondente del giornale comunista russo L’operaio (Работница). Prese parte alla Conferenza di Zimmerwald nel 1915, a quella di Kienthal nel 1916 e poi dal febbraio 1917 è di nuovo in Russia, precisamente a Mosca, dove svolge attività politica. Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, a cui prese attivamente parte, si occupò dell’organizzazione delle operaie sovietiche. Nel 1919 presiede e organizza la I conferenza Internazionale delle donne comuniste. Nel 1920 malata si recò per curarsi nel Caucaso, con le sue sedi termali e il clima mite. Lo scoppio della guerra civile in quelle zone la costrinsero a ritornare a Mosca, ma morì di colera durante il viaggio di ritorno.
[3] Carlo Marx, Lettera a Kugelmann, 1888. Ludwig Kugelmann era un famoso ginecologo ebreo di Hanovre, in Francia, di idee comuniste e ammiratore e lettore di Marx con il quale intrattenne in vita una lunga relazione epistolare.
[4] V. I. Lenin, Il contributo della donna all’edificazione del socialismo, capitolo apparso nello scritto dal titolo Una grande Iniziativa (sull’eroismo degli operai nelle retrovie. Con riferimento ai “sabati comunisti”), del 28 Giugno 1919 e pubblicato in opuscolo separato nel Luglio dello stesso anno (vedi V. I. Lenin, Opere, Roma, Editori Riuniti, Vol. 29, 1967, pagg.39/393)